L’orizzonte della prosperità comune e le sfide di Xi Jinping

Qualche giorno fa, Xi Jinping, nel presiedere la decima riunione del Comitato centrale per le finanze e l’economia, ha ribadito che la “prosperità comune” (gongtong fuyu), tema presente nel dibattito politico cinese fin dagli anni ‘50, è un elemento essenziale del socialismo cinese e costituisce l’obiettivo fondamentale delle politiche del partito. Xi continua nella sua missione di rimodellamento della dottrina politica cinese e marca un ulteriore avanzamento da quello stadio iniziale del socialismo, punto di partenza del pensiero di Deng e base di quel processo di ibridazione che ha portato il socialismo cinese ad aprirsi all’occidente e ad adottare logiche di mercato. Lo scopo pragmatico degli anni ‘80 era quello di avviare una crescita economica, di liberare le forze produttive del paese, favorendo sviluppi localizzati. Prima gli interessi economici e poi le leggi, più pragmatismo e meno rigidità ideologiche. Nel 2017 con il XIX congresso del partito ed il riconoscimento di una “società moderatamente prospera”, Xi afferma che le “principali contraddizioni della società cinese sono le contraddizioni tra le esigenze del popolo di una vita agiata e lo sviluppo non equo ed insufficiente; che bisogna sostenere una teoria dello sviluppo con il popolo al centro, e promuovere incessantemente uno sviluppo completo della persona ed un benessere comune a tutto il popolo”. La necessità, oggi non più ignorabile, è quella di ridistribuire la ricchezza, abbattere le forti diseguaglianze e creare un sistema capace di garantire pari opportunità e stabilità sociale sul lungo periodo, costruire quell’equità sociale messa al centro dell’ultimo libro bianco del governo sui diritti umani.  

Negli ultimi decenni le spinte economiche hanno rischiato di diventare incontenibili e hanno creato forti diseguaglianze sociali. Per ovviare a questo processo, Xi ha dovuto prima consolidare la sua posizione alla guida del paese (eliminando il limite del doppio mandato e definendosi il centro-cuore del partito) per poter abbattere gli interessi costituiti e condurre la sua battaglia contro povertà e disuguaglianze. Da qui la necessità di un rafforzamento del controllo dell’economia, del diritto, e del partito. 

Quali sono i temi sul tavolo del governo per la realizzazione di una “prosperità comune”?

Xi vuole restare nel solco di un’economia socialista di mercato, ma vuole anche stabilizzare il rapporto dei “due incrollabili” ovvero “l’economica pubblica come base, e la coesistenza e sviluppo di altre forme di economia”.  

La Cina sarà sempre meno la manifattura del mondo, a meno che non riesca a ripensare l’intero processo produttivo (il grande piano della Greater Bay Area va proprio in questa direzione combinando i tre elementi essenziali: le catene di produzione, il centro di sviluppo dell’innovazione tecnologica e il centro finanziario) e sicuramente sarà sempre più il centro dei consumi. I millennial cinesi, i nati dopo il ’95 (i cosidetti jiuwuhou) sono il nuovo prototipo di consumatore: nati in circostanze di sicurezza economica (agevolati in ciò dalla politica del figlio unico) spendono più facilmente, sono il target del mercato del lusso, e fanno attenzione all’impatto dei consumi (tutela dell’ambiente ecc.). Il governo deve intercettare questi nuovi depositari di ricchezza. La riforma della doppia circolazione economica vuole trattenere i loro capitali nel paese, e la protezione dei loro dati è più un’esigenza del governo centrale che una necessità di questi nuovi ricchi, che sono, al contrario, molto favorevoli a cedere i propri dati pur di avere una vita semplificata.  

I giganti dell’hi-tech sono al centro di tutto ciò: innovano i processi di produzione, gestiscono la circolazione della ricchezza e raccolgono dati. Basti pensare ad Alipay, un’istituzione finanziaria multifunzionale, una nuova banca completamente online e basata su intelligenza artificiale. Oppure al fondo del mercato monetario Yu’e Bao diventato il più grande al mondo raggiungendo la cifra di 2.3 trilioni di RMB in meno di 100 giorni di vita. Realtà che con Alibaba, e con l’Ant Group più in generale, possono destabilizzare il mercato e mettere a rischio i risparmiatori cinesi. L’innovazione finanziaria era partita per sopperire ad un sistema bancario vetusto, bloccato da regole come quella dei “cattivi mutui” e dello shuangjia che vincolavano il funzionario di banca che aveva concesso il mutuo sbagliato a pagarne le conseguenze. Il risultato, inevitabile, è stato il blocco dei mutui. Le banche sono corse subito ai ripari, creando istituzioni digitali come la Du Xiaoman della Citic Bank, sempre più orientate al wealth management e sempre meno al semplice deposito, ma soffrono la concorrenza. 

Al centro di questa innovazione c’è la digitalizzazione, e di nuovo i giganti della tecnologia ritornano nel mirino della autorità. Il problema ora è la loro posizione di monopolio, frutto di un modello di business che porta ad investire e controllare anche le infrastrutture, e che, di fatto, blocca ogni accesso al mercato della concorrenza, stimata in 139 milioni di piccole aziende. A tale proposito il governo cinese ha annunciato la creazione di zone dimostrative del commercio digitale, e l’intenzione di lanciare politiche per la condivisione delle competenze tecnologiche anche con l’estero.  

Il mondo della digitalizzazione ha creato nuovi modelli di lavoro con ritmi estenuanti, come il “996” (lavorare dalle 9 alle 21 per 6 giorni alla settimana), considerato l’unica possibilità di scalata sociale, e al tempo stesso causa di collassi e suicidi (tristemente noti alle cronache sono i casi accaduti presso Pinduoduo, piattaforma di social commerce che pochi giorni fa ha annunciato di voler donare 1,5 miliardi di RMB alle zone rurali del paese. Sulla stessa scia gli altri giganti del tech, che tramite donazioni ed interpretazioni creative del proprio nome e logo, sono impegnati a sottolineare la vocazione verso il bene sociale della propria attività imprenditoriale). Sul modello “996” è celebre la prima sentenza (giugno 2020) che lo ha dichiarato illegale, divenuta, qualche giorno fa, caso guida grazie alla Suprema Corte del Popolo. Il problema fondamentale per il governo è quello di regolare l’impatto sociale di questi giganti, non si tratta semplicemente di imporre una maxi tassa. L’enfasi crescente sul principio di legalità cerca di regolarizzare un mondo cresciuto in fretta e senza regole. Non più leggi che inseguono tendenze economiche allo scopo di incentivarne la crescita, ma leggi che guardano alla stabilità sociale come bene principale. Se guardiamo alle recentissime novità legislative troviamo la nuova legge sulla protezione dei dati personali che vuole tutelare gli individui (in Cina e all’estero, riconoscendo una giurisdizione extraterritoriale non riconosciuta alla precedente legge sulla sicurezza cibernetica), e prevede, ad esempio, il consenso dei soggetti per l’uso dei dati e per il riconoscimento facciale; la bozza di regolamento per la gestione degli algoritmi di raccomandazione per i servizi di informazione informatica che riconosce agli utenti il diritto di accesso e di cancellazione delle parole chiave utilizzate per la loro profilazione, e condanna ogni forma di manipolazione dei consumatori. Inoltre gli algoritmi che gestiscono servizi devono tenere in considerazione la distribuzione e remunerazione del lavoro, le ore lavorative, ricompensare e punire condotte, e proteggere diritti e interessi dei lavoratori; la legge sull’assistenza legale che punta a garantire il diritto di difesa a tutti; infine la continua digitalizzazione nell’amministrazione della giustizia che vuole garantire una tutela effettiva. Solo per citare alcuni esempi.     

L’approccio del governo verso i giganti della tecnologia va inquadrato anche nella decisione del partito di digitalizzare il sistema di gestione del paese e della società. I dati diventano così l’oggetto del contendere, la loro gestione va ordinata e legalizzata, non più lasciata all’autonomia delle industrie della tecnologia.

Altro nodo importante per la “prosperità comune” è quello delle diseguaglianze tra città e zone rurali. A gennaio è stata promulgata la legge sulla rivitalizzazione delle zone rurali, che punta proprio alla crescita del livello generale di benessere in quelle aree. Sostegno all’agricoltura, industrializzazione, prosperità culturale, sostegno ai talenti, tutela dell’ambiente, digitalizzazione, costruzione di banche del germoplasma, aumento dei consumi del 20%, sono i temi centrali. 

Arriviamo all’ultimo punto di questa analisi: la supervisione. Dall’istituzione della commissione di supervisione con la riforma costituzionale del 2018, alla recentissima legge sul supervisore (in vigore dal 1 gennaio 2022), investito del compito di vigilare sui funzionari, premiarne il merito e promuoverne l’educazione, fino alle riforme interne al partito. Supervisione va di pari passo con educazione e merito, e funge da anello di congiunzione nel rapporto dialettico tra governo della legge e governo della morale tipico della dottrina cinese dello stato di diritto. La legge da sola non basta, va regolata e controllata anche la condotta del singolo funzionario. Dopo una ferrea campagna contro la corruzione, Xi prova a risolvere a monte la questione del principale-agente sia all’interno della burocrazia che all’interno della struttura del partito, e lo fa creando un sistema di monitoraggio e di valutazione delle prestazioni. Si tratta di un vero e proprio modello manageriale basato su pianificazione-monitoraggio-sviluppo-valutazione-premiazione, una metrica chiara e che non lascia scampo. 

Merito ed educazione sono al centro delle nuove politiche relative al mondo dello spettacolo. Alle personalità che non rispecchiano nella loro vita privata i valori fondamentali del socialismo non è permesso di apparire in televisione, e i relativi fan club saranno multati. Ai contest televisivi è fatto divieto di vendere prodotti tramite i QR code usati per le votazioni (regola all’origine dello scioglimento dei Panda Boys, età media dei componenti 10 anni). Nello stesso solco la lotta ai videogiochi, l’oppio della gioventù, e le prevedibili future strette sui wangba, internet cafè sempre aperti.  

Per Xi “prosperità comune” significa principalmente assicurare la stabilità sociale attraverso strumenti di indirizzo (dal 2018 il ruolo di comando ed indirizzo del partito è formalmente diventato un principio costituzionale), garantendo a tutti pari opportunità, riducendo le diseguaglianze e alimentando il sogno particolare di ogni cinese di una prosperità sia materiale che spirituale. 

Questa voglia di stabilità, se tradotta in eccessivo controllo, costituisce anche un freno per l’ulteriore crescita del paese. La Cina continua a dare priorità all’attrazione di capitali e non alla loro circolazione internazionale, i mercati profondi e il mercato azionario e obbligazionario restano superficiali, la convertibilità monetaria è lenta. Tutto questo frena il RMB e impone ulteriori riforme delle istituzioni finanziarie. Se lo stato non sarà in grado di innovare efficacemente questo settore, l’economia continuerà a creare soluzioni alternative. Il governo è consapevole di ciò, e l’annuncio della creazione di una borsa valori a Pechino per sostenere piccole e medie imprese innovative è un passo importante.   

La citazione di questo contributo è: Cardillo I., L’orizzonte della prosperità comune e le sfide di Xi Jinping, in Istituto di Diritto Cinese, 4 settembre 2021, disponibile all’indirizzo https://dirittocinese.com/?p=2117

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